

Ciò che il mandala rappresenta e cela dentro di sé, va ben al di là di ciò che è raccontabile attraverso la forma del linguaggio scritto, pertanto questo articolo è per me un po' come una sfida, un tentativo che non è detto vada a buon fine, di introdurre il lettore alla potenza e alla millenaria pratica dell’arte spirituale del mandala.
Basta guardarsi intorno oggi, uscire di casa e prestare una fugace occhiata a ciò che ci circonda, per trovarsi ad osservare un mandala. Ma questo non basta a dire cosa esso rappresenti e quanto connaturato in noi sia questo simbolo, né ci aiuta a rispettarlo, riconoscendone la sacralità; anzi, parlerei piuttosto di una perdita di senso e di significato, attraverso il quale il mandala ha pagato il prezzo della propria diffusione commerciale.
Quella che ad una prima occhiata potrebbe sembrare una critica alla superficialità e alla mancanza di sacralità tipici della nostra modernità, in realtà è l’offerta che mi viene fatta per suggerire che questa popolarità possa anche essere connessa ad un profondo richiamo interiore: come simbolo dell’universo stesso e di tutto ciò che contiene, compreso dunque l’essere umano, ritengo possibile che il mandala abbia riscosso un così vasto consenso, in risposta ad un sentire generale che vorrebbe ricondurci ad una dimensione di armonia con il mondo che ci ospita, e che viene favorita dalla contemplazione e dall’uso del mandala.
Il lettore sceglierà, secondo il proprio sentire, a quale dei due messaggi prestare orecchio!
Mezzo di espressione artistica e creativa, supporto alle pratiche spirituali, strumento di connessione con la dimensione rituale e simbolica della vita e con le tradizioni ancestrali, il mandala è un tesoro che vale la pena conoscere, approfondire e tramandare alle generazioni successive.
Il nostro articolo si colloca proprio su questa strada, mirando a sollevare la curiosità dei profani e a dare ulteriori spunti di riflessione a chi possiede invece già una conoscenza relativa al mandala e alla sua storia.
La parola mandala deriva dal sanscrito, che si dice essere una delle lingue più antiche mai parlate dall’uomo, certamente legata al sacro e alla spiritualità in diverse aree geografiche del pianeta.
Possiamo tradurre il termine come “cerchio”, “circonferenza”, ma anche come “centro del sé”, e “totalità”. Le lingue antiche sono tutte estremamente ricche di parole dai molteplici significati e per questo non sempre facili da tradurre, anche perché le lingue moderne hanno spesso perduto questo tipo di ricchezza.
Le radici del mandala affondano nella terra di popolazioni prevalentemente orientali, fra cui l’India, il Tibet, lo Sri Lanka, il Pakistan, il Bhutan, il Nepal e il Bangladesh, terre che hanno dato origine alle grandi tradizioni induista e buddista.
Per secoli, in questi luoghi del mondo, il mandala è stato utilizzato come supporto alla meditazione, utile a favorire nel praticante l’opera interiore per il raggiungimento di quello stato di connessione con il Tutto, con il divino, che viene definito con il termine “samadhi” (tradotto con: “mettere insieme”). Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il mandala non si trova solamente come simbolo di queste culture, che indubbiamente ne hanno fatto un larghissimo uso, ma lo troviamo praticamente in ogni epoca e luogo del mondo, talvolta celato sotto altri nomi e concetti, ma nondimeno fondamentale in ambiti come: l’architettura, la medicina, l’arte sacra, e l’artigianato.
I popoli nativi americani ne hanno fatto una lettura prettamente ritualistica e spirituale, ma anche simbolica. Basta pensare alla cosiddetta “ruota di medicina”, o alla costruzione di quei meravigliosi oggetti che noi abbiamo chiamato gli acchiappasogni (dream catcher), ma che coi sogni non hanno in realtà nulla a che fare; e ancora, la forma delle tipiche tende a pianta rotonda in uso presso questi popoli: i tepee.

Da sempre, la forma circolare del mandala è associata a danze, rituali e celebrazioni, e i momenti più importanti per le comunità, soprattutto quelle maggiormente connesse alla natura e quelle di stampo fortemente animista, vengono vissuti all’interno oppure intorno a un cerchio. Come se questa forma, apparentemente così semplice, avesse sull’umanità un potere evocativo e attrattivo del tutto particolare.
Il perché di questa specie di attrazione fatale fra l’essere umano e il mandala trova oggi un tentativo di spiegazione anche da parte della nostra cultura occidentale. Infatti, nessuno deve insegnare ad un bambino come si disegna un cerchio. Già prima dell’età scolare, in modo del tutto spontaneo e naturale, i disegni dei nostri piccoli sono ricchi di questo simbolo. Gli antropologi hanno spiegato che sin dai primi segni che l’uomo è stato in grado di tracciare sulla pietra, la figura del cerchio è presente ovunque, in ogni luogo della Terra ove essi siano stati rinvenuti.
L’ipotesi degli studiosi, dal mio punto di vista molto affascinante è la seguente: all’interno della psiche dell’essere umano si svolgerebbe il medesimo processo evolutivo, che più in grande, ha coinvolto l’intera umanità. In pratica, un bambino piccolo sarebbe, a livello di sviluppo della sua psiche, l’equivalente di quei primi uomini che incidevano i loro simboli sulla pietra, dando vita al linguaggio scritto.
Se ciò fosse vero, avremmo una ulteriore dimostrazione dell’antica saggezza riportata sulla nota Tavola smeraldina attribuita ad Ermete Trismegisto: in alto come un basso, nel piccolo come nel grande…
È stato il noto medico psichiatra svizzero C.G. Jung a dare origine all’uso del mandala in ambito terapeutico anche nel nostro occidente. E la storia che si racconta al riguardo è certamente emblematica.
Si dice che Jung abbia “scoperto” il mandala in modo del tutto casuale. Egli era solito, infatti, portare con sé un taccuino, nel quale ogni giorno, secondo il proprio sentire e il proprio intuito, in modo completamente libero, disegnava forme e immagini che nascevano dal suo profondo. Con il tempo, Jung si rese conto che i suoi disegni cambiavano, subendo l’influenza del suo stato d’animo di ogni giorno. Inoltre, nei suoi “scarabocchi” vi era presente sempre il simbolo del mandala. Ed è stato così, che da vero indagatore della mente (e dell’anima), Jung ha scoperto, nel mondo orientale, la figura del mandala, arrivando a dire che essa rappresenterebbe un tentativo spontaneo della nostra psiche di guarire sé stessa, permettendo a contenuti provenienti dall’inconscio di emergere, e di essere messi in ordine all’interno di un contenitore sicuro e organizzato.

Come già abbiamo accennato, anche i popoli nativi americani hanno fatto larghissimo utilizzo del cerchio e del mandala. È impossibile, infatti, non collegare tutto questo con la cosiddetta “ruota della vita” o “ruota di medicina” (medicine wheel), che altro non è, se non un cerchio sacro, all’interno del quale i nativi, operavano i loro rituali di guarigione. La ruota aveva il compito di raffigurare le forse operanti nella natura, così che lo sciamano della tribù potesse evocarle all’interno del cerchio, chiedendone l’aiuto e l’intervento in favore del malato o di una situazione.
Queste raffigurazioni circolari sacre erano realizzate utilizzando oggetti rinvenuti sul luogo, e strumenti rituali come sonagli, bastoni, tamburi, etc., e una volta che il rito era stato compiuto, il cerchio veniva distrutto e tutto ciò che era stato utilizzato per la sua creazione, veniva raccolto in sacche di pelle di animale, portato lontano dal luogo in cui si era celebrata la guarigione e qui veniva disperso. O potremmo dire, restituito al Grande Spirito.
Anche la ruota di medicina, come rappresentante del mandala, esercita su di noi un fascino sempre crescente, nonostante il nostro aver voltato le spalle a ciò che di rituale e sciamanico avevamo anche nella nostra cultura, e questo penso si debba attribuire sempre a quel richiamo verso una saggezza ancestrale e ad un patrimonio antico che è rimasto come un invisibile fil rouge che connette l’intera umanità.
Seppur talvolta semplificata fino a banalizzarla, la cultura dei nativi americani è ricca di suggestioni e impressioni che, secondo la mia opinione, possono tanto aiutare la nostra supponente modernità a ritrovare un contatto con le proprie origini, dalle quali è possibile attingere unicamente una maggiore forza e un più sano equilibrio con la terra, sulla quale, non dimentichiamolo mai, noi camminiamo come ospiti privilegiati.

Le antiche e affascinanti culture degli aborigeni dell’Australia hanno anch’esse a che vedere con il mandala, che viene qui collegato ad un’arte definita “dot paintings”, ovvero “pitture a punti”. Questa espressione artistica e creativa è viva ancora oggi, pur essendo di origini molto antiche, e viene utilizzata per rinnovare la connessione fra l’uomo e la cultura, la storia, la terra e con i suoi antenati. Il culto degli avi è ancora oggi molto sentito presso queste popolazioni.
In che cosa consiste questa forma d’arte? Nel dipingere motivi intricati e affascinanti attraverso l’uso di semplici punti di varie dimensioni. Ogni punto acquisisce una sua dimensione precisa e un significato specifico, e nell’unione con il resto concorre a creare una narrazione visiva.
Molte di queste opere sono come delle mappe simboliche, che celano l’ubicazione di luoghi importanti, come montagne, corsi d’acqua, pozzi, oppure dei luoghi sacri ai quali potevano accedere solamente coloro che ne custodivano il segreto. Molto più che semplici raffigurazioni, quindi, avevano una utilità in seno alle comunità. Molto spesso si ricorreva ad essi anche per la navigazione e per la trasmissione di misteri e conoscenze.
Rappresentando un qualcosa di ancestrale, sopravvissuto al passare del tempo e all’erosione delle tradizioni da parte di una modernità dilagante e oppressiva, le pitture a punti sono rimaste un modo per mantenere una connessione spirituale con la propria terra e con gli avi che l’hanno tramandata. Si tratta dell’espressione di una corrente vitale continua, che scorre unendo tradizioni, persone, popoli e ed epoche storiche lontane.
Nell’epoca moderna, una delle cose più difficili da fare, è avere una identità e mantenerla, rispetto ad una tendenza all’omologazione e i dot paintings sono oggi diventate una icona, guardiane di una tradizione che, grazie ad esse è oggi riconoscibile in tutto il mondo.

Come mai tante culture, in epoche storiche differenti e in luoghi del mondo fra i più lontani, hanno questa traccia storica in comune: il mandala?
La risposta è celata nei codici della natura, nel suo “linguaggio”, che si esprime attraverso le forme di tutto ciò che possiamo cogliere e osservare, semplicemente guardandoci intorno. Il mandala, in verità, non è proprio di nessuno, non appartiene ad una cultura in particolare, ma nella sua universalità, esso è al tempo stesso di ognuno di noi. È mio come tuo.
Come esseri umani non siamo nient’altro che una espressione della natura a cui apparteniamo, non diversamente (certo non più importanti!) di una pianta, un fiore, un pianeta, un lago, un atomo, etc.; abbiamo scritto dentro di noi un codice, di cui quello genetico non è altro che un pallido riflesso, che è simbolico, analogico, e che, come un seme, determina la nostra formazione, e contiene, custodendola, la memoria di chi siamo e di quello che facciamo.
Il mandala, per me, è questo: un simbolo che ci ricorda la nostra origine comune, quel seme da cui proveniamo e che ci unisce al Tutto, e che ci ricorda che nessuno di noi potrà mai essere separato da questa unità. E questo trovo sia semplicemente divino!
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Autrice
Gloria Moretti
Naturopata olistica, Costellatrice familiare, Formatrice Evolutionmandala©, Thetahealer, Numerologa, Facilitatrice Matrice del destino
"Sinché sentirai le stelle come qualcosa sopra di te, ti mancherà lo sguardo di colui che conosce"
Friedrich Wilhelm Nietzsche