Le ferite dell’anima: lo scrigno del nostro tesoro interiore

Le ferite dell’anima: lo scrigno del nostro tesoro interiore

Quando si parla delle ferite dell’anima nella crescita personale, inevitabilmente si giunge a fare la conoscenza del modello proposto dalla canadese Lise Bourbeau, che ormai da decenni porta avanti questi studi, diffondendoli in tutto il mondo grazie a corsi e conferenze rivolte ad operatori della salute e del benessere con ogni tipo di formazione alle spalle.

Il modello che la Bourbeau ha fatto conoscere al mondo attraverso i suoi libri e i corsi considera cinque ferite fondamentali:
  1. Rifiuto
  2. Abbandono
  3. Tradimento
  4. Ingiustizia
  5. Umiliazione

Ma di cosa si tratta veramente e per quale motivo è molto utile approfondire queste conoscenze?

È quello che ci proponiamo di illustrare nella realizzazione di questo articolo.

Iniziamo col fare un po' di chiarezza in merito a che cosa sono le cinque ferite. Per farlo, prendo in prestito le parole del dottor. Giacomini, medico e alchimista moderno, che scrive:

“Se siamo in grado di capire come funziona una ferita fisica, possiamo comprendere come opera una ferita psichica-emozionale o dell’anima. Una ferita dell’anima va assolutamente trattata con la stessa accortezza che si ha per quella fisica, tenendo presenti anche gli effetti che essa ha sul piano fisico. Infatti, ogni evento che si presenti sul piano psico-emozionale ha sempre riflessi sul piano nervoso, immunitario ed endocrino.”

Tutti conosciamo bene cosa succede quando ci procuriamo una ferita fisica.

A chi non è mai successo di ferirsi con un coltello da cucina, ad esempio?

E quante volte, da piccoli, correndo per strada con gli amici siamo caduti e ci siamo sbucciati le ginocchia o i gomiti?

Una ferita è una lacerazione a danno dei tessuti del corpo, che produce uno strappo, una separazione di qualcosa che prima era unito, integro, sano. L’intelligenza del corpo è tale, che non appena avviene un trauma, tutto il sistema coopera al fine della riparazione del danno, e questo senza che vi sia bisogno di intervenire volontariamente. Certo, a meno che il danno non sia talmente esteso, da superare le forze omeostatiche del corpo!

Nel processo di guarigione si produce del tessuto cicatriziale, che rimarrà lì, più o meno evidente, a testimoniare che qualcosa è accaduto, a ricordarci che il trauma c’è stato ed è stato anche superato.

Scorgiamo già qualcosa di molto profondo, in termini evolutivi, vero?

Ma proseguiamo ancora. In tutto questo processo, sappiamo bene, e il buonsenso lo impone, che una ferita non può rimanere aperta troppo a lungo, e che non possiamo disinteressarcene e andare avanti come se nulla fosse successo, perché questo atteggiamento rischierebbe di compromettere seriamente la nostra salute.

Come dicevamo, per nostra fortuna, il corpo è abbastanza intelligente da saperlo, e così sofisticato da tutelarci rispetto a qualsiasi trascuratezza o avventatezza.

Tutto questo discorso è utile per farci comprendere che le ferite emotive hanno lo stesso funzionamento di quelle fisiche, e richiedono allo stesso modo una presa in carico da parte nostra.

Ricordiamoci bene che: una ferita emotiva trascurata può diventare non meno “infetta” di una fisica, ed è in grado di intossicarci l’esistenza.

E tuttavia, nonostante quelle che potrebbero anche sembrare cose scontate, permane una differenza sostanziale fra i due tipi di ferite, perché se è vero che siamo abilissimi a curare i danni fisici, tutti manteniamo ancora più o meno una tendenza a comportarci in modo molto meno logico con un trauma emotivo, illudendoci di poter proseguire la nostra vita dopo di esso, come se nulla fosse mai accaduto.

Infatti, impariamo sin da quando siamo piccoli, che è meglio nascondere le nostre ferite e accantonare da qualche parte il dolore ad esse associato, e siamo dei veri e propri campioni a riempirci la vita di ogni distrazione possibile, nella assurda quanto pericolosa idea, che ignorare qualcosa serva a farla uscire dalla porta da cui è entrata.

Ti ci riconosci almeno un po' in questo, non è vero? Certamente lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita! È normale, è comune, è così che impariamo a crescere, a meno di avere avuto dei genitori “illuminati” che ci hanno educato diversamente.

Purtroppo, in questa realtà, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. E così fa anche il nostro dolore. Non se ne va, non sparisce nel nulla, bensì, assume forme diverse, sempre più subdole; possiede come delle tattiche da manuale ninja, e alla fine succede che ci troviamo a soffrire una vita intera, senza essere più neanche capaci di riconoscere il dolore originario. E quel che è peggio, è che, se solo avessimo agito diversamente sin dal principio, se lo avessimo accolto e affrontato, esso sarebbe stato di gran lunga molto meno impattante!

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Naturalmente c’è un tempo di latenza per ogni trauma emotivo, nel quale può anche essere efficace, se non di vitale importanza, proteggersi dal dolore, “mascherarlo” per così dire, ma si tratta di una fase e deve avere una certa durata, oltre alla quale la difesa diviene gabbia. E lì è la prigionia, e c’è il rischio di bloccare gran parte della nostra vita.

Poiché ogni trauma è, di fatto, una separazione, la perdita di qualcosa di noi, che rimane come congelato nel tempo, nel momento in cui la ferita è avvenuta, la maschera del dolore assume le caratteristiche di un sostituto di ciò che è andato perduto, come una sorta di premio di consolazione, che può temporaneamente indurci a pensare di aver superato il nostro trauma e di stare di nuovo bene.

Ma l’integrità è di fatto venuta meno e non potremo evitare di sentirci inconsciamente incompleti, il che ci spingerà ad andare a cercare all’esterno quello che avvertiamo mancarci. Non sappiamo neanche che cosa ci manca, ma ci ritroviamo alla mercé di soluzioni temporanee e illusorie che non solo sono inefficaci, ma che finiscono con il complicare ulteriormente le cose e allontanare la possibilità di guarigione.

Se è vero, ed io credo lo sia, che il mondo esterno svolge la funzione di uno specchio, comprendiamo bene come le esperienze che viviamo diventino una specie di cassa di risonanza delle nostre ferite, al fine di mostrarci tutto quello che abbiamo così faticosamente provato a nascondere.

Ed ecco che crolla tutto il bel castello di carte!

Ma tornando ancora una volta sul nostro tentativo di allontanare il dolore.

La Bourbeau sostiene che quello che noi facciamo è adottare una (o più di una) maschera, con la quale, a forza di portarla, finiamo per identificarci. Così, non siamo più noi a scegliere come agire e come comportarci, ma veniamo come posseduti, agiti dalla maschera stessa, che di fatto non farà altro che aumentare ancora di più la dissociazione dentro di noi, rendendo la ferita sempre più difficile da individuare.

Anche qui può venirci in aiuto l’intelligenza della vita che abita il nostro corpo, che farà sì che il nostro aspetto, la nostra morfologia, diventi rivelatrice della maschera, e quindi della ferita, di cui siamo portatori.

Per fare un esempio, chi soffre della ferita da rifiuto e teme quindi di essere rifiutato dagli altri, adotterà la strategia della fuga e dell’evitamento: essendo lui il primo ad andarsene, non potrà così essere rifiutato dagli altri.

Strutturandosi la maschera e diventando quindi la persona sempre più evitante, sempre più rapida ad allontanarsi dagli altri, a scappare dalle situazioni e dalle persone, il suo corpo si farà esile, nervoso, scattante, e occuperà sempre meno spazio, nel tentativo di risultare alla fine come invisibile.

Comprendiamo bene che l’evitamento e la fuga non faranno altro che attrarre sempre più cose da cui scappare, e che alla fine la paura sarà così tanta, che non si riuscirà più ad affrontare alcuna situazione o relazione con il mondo.

Secondo il modello proposto e divulgato dalla Bourbeau, le ferite sono essenzialmente cinque, quelle che abbiamo visto in apertura di articolo, e ad ognuna di esse corrisponde una maschera specifica, con i suoi correlati fisici e psico-emotivi.

La Bourbeau sostiene anche che ognuno di noi possieda tutte e cinque le ferite, ma che in ogni sua vita ne avrà una o due più evidenti delle altre, che saranno quelle che verranno “riattivate” nel periodo dello sviluppo, dalla famiglia nella quale si è sceglio di incarnarsi.

Per concludere, la correlazione che fa Lise Bourbeau fra le ferite e le maschere è la seguente:
  1. Alla ferita da Rifiuto corrisponde la maschera del Fuggitivo;
  2. Alla ferita da Abbandono corrisponde la maschera del Dipendente;
  3. Alla ferita da Tradimento corrisponde la maschera del Controllore;
  4. Alla ferita da Ingiustizia corrisponde la maschera del Rigido;
  5. Alla ferita da Umiliazione corrisponde la maschera del Masochista;
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Gloria Moretti

Autrice

Gloria Moretti

Naturopata olistica, Costellatrice familiare, Formatrice Evolutionmandala©, Thetahealer, Numerologa, Facilitatrice Matrice del destino

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